Memoria Festival a Mirandola, “Io frate Francesco piccolino”
Attualità, Cultura e Spettacoli, Eventi, Mirandola

Pubblicato il

4 Giugno 2026

Memoria Festival a Mirandola, “Io frate Francesco piccolino”

Memoria Festival a Mirandola: intervista allo storico Matteo Al Kalak, che domenica 7 giugno, alle 21, dialogherà con il medievista Andrea Gamberini sull’esperienza del Santo di Assisi

di Virginia Panzani

 

Matteo Al Kalak

 

San Francesco d’Assisi è considerato una figura universale, capace di superare i confini dei secoli, della cultura e persino dell’appartenenza al cristianesimo. Ma questa considerazione non deve far perdere di vista una realtà: Giovanni “Francesco” di Pietro di Bernardone, ad Assisi nato nel 1181 e morto nel 1226, fu profondamente figlio del proprio tempo – come tutti gli esseri umani – e specchio delle tensioni dell’epoca in cui visse. Da qui ha preso l’avvio la nostra conversazione con il professor Matteo Al Kalak, docente di storia moderna all’Università di Modena e Reggio Emilia, nonché presidente del Centro Internazionale di Studi “Giovanni Pico della Mirandola”, che interverrà al Memoria Festival domenica 7 giugno, alle 21, nel cortile del Polo Culturale Il Pico a Mirandola. Sul profilo umano e religioso di “frate Francesco piccolino, vostro servo” dialogherà con lui il professor Andrea Gamberini, ordinario di storia medievale all’Università degli Studi di Milano.

Innanzitutto, la povertà volontaria, abbracciata dal Santo di Assisi come forma di vita, spiega il professor Al Kalak, va contestualizzata nel fermento religioso medievale, segnato da profondi movimenti di riforma evangelica. “La povertà era già al centro della predicazione di Pietro Valdo (da cui i Poveri di Lione, in seguito chiamati Valdesi, ndr) e di molti altri movimenti – afferma lo storico – . Il problema di fondo era la decadenza di una Chiesa percepita come mondana e ricca, lontana dalla sua missione evangelica. Il contesto in cui tutto ciò accade ha, del resto, nell’economia uno dei suoi punti fondamentali: vi è l’ascesa dei ceti mercantili nelle città, l’affermarsi di esperienze e riflessioni teoriche legate al credito e all’uso del denaro. Francesco è espressione di tutto questo: figlio di un mercante, conosce dall’interno quel mondo. Allo stesso tempo, è membro della ‘societas christiana’ e si interroga, dopo la sua conversione, sulla via con cui riformare la Chiesa, intesa come casa comune”.

 

“Io frate Francesco piccolino”: così il Santo definisce se stesso nel Testamentum, dove ribadisce con fermezza la povertà assoluta. Questo testo può essere letto storicamente come un atto di resistenza verso la direzione che l’Ordine stava prendendo? Un Ordine che, fra l’altro, Francesco in origine non avrebbe neppure voluto creare e da cui, negli ultimi anni della sua vita, era stato relegato ai margini.

Quello che va sottolineato è la rilettura che Francesco fa della propria esperienza: egli ricorda anzitutto l’impulso del “fare misericordia”, dell’immedesimazione nei più piccoli, o meglio dei socialmente esclusi, come erano i lebbrosi. Il suo ordine è ispirato a principi di fraternità, ma non vi è dubbio che, come spesso capita, il problema principale che si pone subito è la gestione della sua eredità. Si profila subito l’esigenza di definire quale sia la “vera” identità di Francesco e non sorprende che, all’interno della sua stessa cerchia, inizino a profilarsi interpretazioni diverse. In sintesi, le parole che Francesco ci ha lasciato sono poche, per quanto assai significative: per leggerle dobbiamo però depurarle dall’ombra – o dalla troppa luce – gettata dai suoi fratelli.

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