Il
Chiesa, Cultura e Spettacoli, Il Settimanale
Pubblicato il Ottobre 13, 2022

Il sacrificio di un giovane educatore

Al Museo diocesano inaugurata la mostra per i 200 anni dalla morte di don Andreoli, un’occasione per approfondire la ricerca storica

 

Diverse località, Carpi, San Possidonio e Rubiera – senza dimenticare Correggio – unite nel ricordo di un giovane sacerdote che duecento anni fa veniva giustiziato per la sola “colpa” di educare i ragazzi agli ideali di libertà. È stata inaugurata nella mattinata di sabato 8 ottobre, al Museo diocesano di Carpi, la mostra documentaria “Giuseppe Andreoli. Un sacerdote protagonista del Risorgimento” allestita nel bicentenario della morte. Sono intervenuti i curatori, Andrea Beltrami, direttore del Museo, e il vice archivista diocesano, Mauro Giubertoni, gli storici Cristian Ruozzi e Fabio Montella, il sindaco di San Possidonio, Carlo Casari – affiancato dall’assessore alla cultura Roberta Bulgarelli – e il sindaco di Rubiera, Emanuele Cavallaro. Presente anche l’assessore alla cultura del comune di Carpi, Davide Dalle Ave. Entrambi i primi cittadini hanno sottolineato l’attualità del significato che porta con sé il “sacrificio” di don Andreoli, che aspirava a valori quali la libertà e la fraternità, istanze che ci interpellano quanto mai oggi, non solo di fronte allo scenario internazionale, ma nella responsabilità di educare le giovani generazioni.

Dalla nascita il 6 gennaio 1789 a San Possidonio – allora sotto la Diocesi di Reggio Emilia -, secondogenito di una umile famiglia di contadini, al diploma come agrimensore, dall’ingresso in Seminario a Reggio, con l’ordinazione sacerdotale nel 1817, all’incarico di precettore dei figli della famiglia Soliani Raschini: il dottor Cristian Ruozzi ha ripercorso la vicenda biografica di Giuseppe Andreoli, evidenziando come proprio in quest’ultimo ambiente il sacerdote entrò in contatto con le idee democratiche e repubblicane portate, a suo tempo, dall’esercito napoleonico, e duramente contrastate dal duca Francesco IV d’Austria-Este. Ottenuta, in seguito, la cattedra di grammatica e retorica nel Collegio di Correggio, Andreoli fu qui arrestato nottetempo il 26 febbraio 1822, poi trasferito a Modena e infine nel forte di Rubiera detto “il Sasso”.

“Interrogato a lungo si dichiarò sempre innocente – ha affermato Ruozzi -. Non fu trovato alcun documento in suo possesso che ne dimostrasse l’affiliazione alla Carboneria. Pare che si fosse confidato con un compagno di cella, posto come spia al suo fianco. Dunque, un processo sommario: il duca fu inflessibile poiché, sono parole sue, Andreoli era stato ‘più reo per la sua qualità di sacerdote e di professore, delle quali abusò per sedurre la gioventù, ed attirarla nella Società dei Carbonari’”. Da qui la drammatica “liturgia della sconsacrazione” a cui don Giuseppe fu sottoposto, senza ratifica papale, dal vescovo di Carpi Cattani – nel 1821 San Possidonio era passata sotto questa Diocesi – delegato dal vescovo di Reggio Emilia che si era rifiutato di procedere al rito. Due giorni dopo, il 17 ottobre 1822, alle ore 12.30, la decapitazione mediante ghigliottina davanti al Sasso.

Cosa avvenne a San Possidonio cento anni dopo l’esecuzione di don Andreoli? Alla domanda ha brillantemente risposto il dottor Fabio Montella, ricostruendo il contesto storico in cui si celebrò il centenario della morte di don Giuseppe con l’erezione del monumento nella piazza del paese, realizzato dallo scultore modenese Alfredo Gualdi.

“E’ un’opera fra le più significative fra quelle dedicate ai caduti della prima guerra mondiale nella nostra provincia – ha spiegato -. Il 17 ottobre 1922, si ricordi che la marcia su Roma avvenne una decina di giorni dopo, il monumento, dal progetto scelto tramite concorso da un’apposita commissione, veniva solennemente inaugurato: ben riuscito dal punto di vista formale, affianca l’immagine di don Andreoli, pensieroso sacerdote che si sacrifica per la libertà, a quella del fante, nudo, con l’elmetto, il pugnale sguainato alla maniera degli ‘arditi’ e lo sguardo verso l’orizzonte. Entrambi sono abbracciati dalla Patria. Ecco allora la ‘narrazione’ che si voleva comunicare: il continuum fra il Risorgimento, la rivoluzione fascista e in mezzo la prima guerra mondiale”.

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