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Attualità, Chiesa, Editoriali, Il Settimanale
Pubblicato il Maggio 6, 2026
Editoriale

Un anno dal passaggio da Francesco a Leone XIV. Letizia e creatività

di Mons. Gildo Manicardi

È passato un anno dalla morte di Papa Francesco (21 aprile) che ha portato in cielo la sua irruenta e irrituale fantasia e dall’elezione di Leone XIV (8 maggio). Papa Leone ci ha accompagnati con la sua parola convinta e disarmata lungo un intero ciclo liturgico. Mi sono chiesto anch’io: cosa ci ha insegnato di permanente Papa Francesco? Quali sono le linee caratteristiche dalla sua guida rimaste vive e attive ancora oggi? Mi permetto di toccare anche punti divisivi e non sfuggo il linguaggio provocatorio. La cosa più evidente è un’accentuazione nuova della missione della Chiesa. La Chiesa non è centripeta, ma si sostanzia nella prossimità e nel dialogo. Le missioni cattoliche e la vita delle nostre parrocchie non devono smaniare in un proselitismo miope. Per essere cattolica la Chiesa deve essere sempre in uscita. Questo è il cuore del messaggio di Papa Francesco, che si riassume efficacemente in «todos, todos, todos» più che in formulazioni occasionali come “ospedale da campo” o “preti di strada”. Mi pare che questo “universalismo” stia entrando nelle fibre delle comunità di oggi, come anche il complementare appello leonino all’unità (in illo uno unum – «nell’unico Cristo dobbiamo essere una cosa sola»).

Il tratto forse più francescano del penultimo pontificato è la sottolineatura costante della «letizia». Lo si vede da due documenti tra i più incisivi e originale. Risulta soprattutto dall’enciclica programmatica Evangelli Gaudium, che ha sottolineato come lo scopo della pastorale della Chiesa sia solamente la gioia del vangelo e non i variegati e spaventati tentativi di “messa in riga”. Lo conferma l’Esortazione Amoris Laetitia, che propone il risultato del primo Sinodo pluriennale. Dopo le ferme parole di Papa Giovanni Paolo II sulla comunità di sorte della famiglia (Familiaris consortio: dal 1981 sono passati quaranta cinque anni, ossia più di un’intera generazione biblica!), Papa Francesco ha ribadito come lo scopo principale dell’amore uomo/donna sia la gioia e che anche da questo obiettivo irrinunciabile deve derivare un orientamento etico convincente e robusto per la coppia.

Più in generale Papa Francesco ci ha insegnato a superare senza incertezze l’insicuro e depresso «si è sempre fatto così». Per amare il futuro è indispensabile una creatività non solo negli strumenti della pastorale ma anche nella riflessione e nella rielaborazione dei nuclei teologici. Mi permetto un esempio per molti imbarazzante. Si può pensare a una benedizione delle persone che vivono uno stabile legame affettivo omosessuale, oppure è una bestemmia? Una benedizione ascendente – concetto difeso da Papa Francesco distinguendolo da benedizione discendente (che sarebbe il sacramento nuziale) può essere un dono anche della Chiesa alla persona che cerca di vivere seriamente un rapporto d’amore, anche se questo è troppo complesso e non appare ancora razionalmente del tutto pensabile?

A un anno dalla morte si vede che un’eredità di Bergoglio è trasmissibile anche se questo sembrava veramente difficile. Leone XIV è un papa con uno stile molto diverso. Ma dopo mesi in cui Papa Prevost sembrava più timido e incerto, si è visto tutto il suo coraggio. Ha commosso il mondo (soprattutto statunitense) dicendo «Io non ho paura» e tutti abbiamo ormai capito che continua le coraggiose aperture di Francesco con uno stile più accogliente e sfumato – forse più visibilmente disarmato. Ho pensato il motto caustico dei romani veraci: morto un papa se ne fa un altro … perché tanto porterà avanti la stessa linea, che è quella della Chiesa.

Grazia Papa Francesco che, anche con ruvidezza, ci hai mostrato che costruire gioia vuol dire aprire alla speranza e portare avanti con vera forza il Vangelo. Capisco sempre meglio perché hai lasciato il bel nome di San Giorgio, il cavaliere martire a Lidda, e hai voluto prendere il nome dell’italianissimo poverello d’Assisi.

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