Intervista a Greta Sclaunich
CulturalMente, rubrica a cura di Francesco Natale
Sono passati cinquant’anni dal terremoto del Friuli. Il sisma è il punto di partenza de “La notte in cui la terra tremò” (ed. Il battello a Vapore, 2026), il nuovo libro per ragazzi della giornalista Greta Sclaunich, protagonista di questo nuovo appuntamento di CulturalMente.
Nella vita hai scelto di raccontare fatti e storie. Come mai?
Mi è sempre piaciuto raccontare storie: pensa che da bambina, quando andavamo in campeggio con il gruppo del catechismo, tenevo sveglie le amichette fino a tardi con storie su storie… Poi ho scelto di diventare giornalista e alle storie si sono, appunto, uniti i fatti. Nei miei libri, “Le foibe spiegate ai ragazzi” e “La notte in cui la terra tremò” (editi da Piemme / Il battello a vapore) metto insieme entrambi, partendo da tante piccole storie che si intrecciano però con i grandi eventi. Penso che sia il modo migliore di trasmettere il passato ai ragazzi, con vicende avvincenti di loro coetanei dietro le quali, in filigrana, si può osservare all’opera qualcosa di molto più grande: la Storia, con la S maiuscola.
In “La notte in cui la terrà tremò” parti raccontando del terremoto del 1976. Cosa c’è di attuale in un evento accaduto 50 anni fa?
L’Italia è una terra sismica e i terremoti, purtroppo, ci sono sempre stati e continueranno a esserci. Quello che è attuale, più che il terremoto in sé, è il ricordo che ha lasciato: l’immensa ondata di solidarietà che è arrivata da tutta Italia e dei quali i friulani sono sempre stati grati. E che, in modi diversi, hanno voluto restituire: è questo il messaggio del libro, riassunto nella storia del protagonista che a 12 anni subisce il sisma in Friuli ma a trenta entra nella Protezione civile per aiutare le vittime degli altri terremoti.
Quando il terremoto distrugge tutto, anche le cose più belle, come Gemona, l’uomo non si arrende e ricostruisce. Da dove nasce questa forza dell’essere umano?
Una delle cose che più colpirono i cronisti arrivati in Friuli, 50 anni fa, fu che due giorni dopo il terremoto già la gente aveva smesso di piangere e si era messa al lavoro. Un’immagine forte, che dice molto della volontà di andare avanti e che è tipica del carattere della gente della mia regione. Ma penso che abbia influito molto anche aver ricevuto fin da subito aiuti da tutta Italia e anche dall’estero: sapere di non essere soli ha dato quella carica in più nell’affrontare subito, di petto, una tragedia così grande.
Il tuo è un libro in cui la solidarietà è al centro. Cos’è che rende la solidarietà così speciale?
Il fatto di mettere il proprio io da parte per essere al servizio di un grande noi collettivo. Quando parlo del terremoto in Friuli qui a Milano, o in generale fuori dalla mia regione, pochi ricordano la scossa. Ma quasi tutti ricordano con commozione quello che hanno fatto per aiutare i friulani: chi ha inviato un pacco con dei vestiti, chi ha sacrificato le ferie per aiutare nella ricostruzione. Il fatto poi che la ricostruzione abbia avuto un esito positivo, tanto che si parla di “modello Friuli”, ha lasciato un altro segno su chi ha dato un mano: l’orgoglio di sentire di aver fatto la propria parte per aiutare. La forza, e la bellezza, della solidarietà è tutta qua.
Non è il primo libro per ragazzi che hai scritto. Come mai ami rivolgerti ai più giovani?
Penso che sia importante trasmettere loro la nostra storia, anche quando è fatta di momenti bui e difficili. Anzi, in questo caso forse è ancora più importante farlo. Più volte mi hanno chiesto, sia per il primo libro che per questo secondo, se non trovo che si tratti di argomenti troppo duri e difficili per i più giovani. Le foibe, l’esodo giuliano dalmata e poi il terremoto… Io penso invece che si può raccontare tutto se si trova il modo giusto di farlo, cioè con un linguaggio rispettoso della loro età. Ma anche, e soprattutto, cercando di fornire degli esempi virtuosi come quello di Leo: l’obiettivo di questo libro è mostrare come anche dai peggiori traumi si può ricavare qualcosa di positivo.




