Nella
In cammino con la Parola
Pubblicato il Giugno 19, 2026

Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio

Commento al Vangelo di domenica 21 giugno

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Commento

A cura di Rosalba Manes

Nella XII domenica del tempo ordinario Matteo schiude per noi la ricchezza dei tesori contenuti nel secondo grande discorso che Gesù pronuncia: il discorso missionario (Mt 10,5-42). Dopo aver estratto ciascuno dei Dodici dall’anonimato chiamandoli alla sua sequela, Gesù comunica loro la sua stessa autorità (exousía, che vuol dire anche «potere»), coinvolgendoli nel dinamismo operativo della sua tenerezza e compassione verso le folle sbandate e bisognose di cura e prossimità, binomio che rappresenta la spinta propulsiva dell’azione missionaria.

L’invio in missione da parte di Gesù non contempla solo o soprattutto un fare, ma anche uno stile ben preciso, una testimonianza che riguarda sia la qualità del proprio dire che l’atmosfera del proprio agire. Per questo Gesù esorta i suoi alla fiducia incoraggiandoli a non temere; rivolge loro quell’invito che Dio stesso – come attesta ogni racconto biblico di chiamata – indirizza al suo interlocutore in risposta all’esitazione o all’obiezione che sorge dinanzi alla percezione del divario tra la grandezza del compito assegnatogli e la pochezza delle proprie capacità.

L’immagine del proclamare nella luce e dell’annunciare sul tetto quanto ascoltato dal Maestro rafforza l’idea che la missione deve possedere come suoi segni distintivi i tratti tipici della rivelazione: l’aspetto pubblico e l’intellegibilità. Un missionario deve superare ogni forma di timidezza e vergogna e fare in modo che le sue parole siano chiare e comprensibili perché raccontano un evento che, lungi dall’essere esoterico e destinato a pochi, si è reso visibile e conoscibile a tutti. Il missionario, infatti, è colui che mette a disposizione degli altri quella speciale intimità instaurata con il Maestro, che non è solo il dono che egli fa agli altri, ma è anche la sua stessa forza e ricchezza.

Oltre che alla parresia o alla franchezza nell’annunciare quanto ascoltato da Gesù, i missionari sono invitati anche al coraggio, a non temere cioè i carnefici e la morte stessa. L’unico di cui si dovrebbe aver timore è Dio, che solo ha il potere di sul destino ultimo di ogni creatura. Egli, però, non è un Dio che spaventa l’uomo. È piuttosto colui che mantiene in vita la creazione per mezzo della sua provvidenza e che ha a cuore la vita di ogni creatura. L’immagine dei due passeri che costano un soldo dice che essi valgono poco agli occhi degli uomini ma non così agli occhi di Dio, come recita il detto rabbinico che Gesù riferisce: «nessun uccello viene catturato senza il volere del cielo» (Bereshit Rabbà).

Se Dio dunque è attento agli uccelli, quanto più sarà premuroso nei confronti di chi è creato a sua immagine e somiglianza. Si tratta di un argomento a fortiori che contempla il passaggio da una cosa meno importante a una più significativa: se Dio si prende cura di creature di poco conto, quanto più avrà cura degli esseri umani, come emerge dall’espressione iperbolica: «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati»! Per questo motivo invece di temere conviene restare aggrappati alla verità del grande valore che i missionari hanno agli occhi di Dio.

Una volta acquisito l’atteggiamento della fiducia, della parresía e dell’abbandono alla divina Provvidenza, i discepoli missionari potranno proclamare (verbo homologhéo) la fede in Gesù davanti agli altri. Questa confessione equivale a un dichiararsi pubblicamente a favore di Gesù, un riconoscere lui e un riconoscersi in lui. La missione quindi non è questione di imprese eroiche da compiere, ma è relazione viva con una persona da far conoscer e attorno alla quale far ruotare la vita e le vie del proprio cuore: Cristo Gesù, Maestro e Salvatore.

L’opera d’arte

Giotto, Predica agli uccelli (1290-95), Assisi, Basilica superiore. L’episodio si legge nella Legenda maior (XII,3) scritta da Bonaventura da Bagnoregio: “Andando il beato Francesco verso Bevagna, predicò a molti uccelli; e quelli… protendevano le ali, aprivano i becchi, gli toccavano la tunica”. Nella scena, ambientata in un paesaggio, compaiono Francesco, con il suo consueto abito e scalzo; gli uccelli, che attendono le parole del Santo e dopo la benedizione volano via; un frate, che osserva sbalordito. I colori che caratterizzano l’affresco sono il marrone e l’azzurro.

Francesco si china con dolcezza per annunciare la parola di Dio a uno stormo di volatili, quasi ad incarnare lo spirito del “non abbiate paura” e dell’annuncio all’aperto, sotto il cielo, superando ogni timore. Gli uccelli che ascoltano il Santo evocano spontaneamente i passeri citati da Gesù nel Vangelo: creature fragili, che non accumulano ricchezze e sono sostentate e amate dalla Provvidenza. È un episodio molto caro alla devozione popolare: secondo alcuni Bonaventura voleva alludere alla capacità di Francesco di parlare a poveri ed emarginati. A noi piace pensare invece che il Santo abbia davvero predicato ad uccelli… in carne e ossa.

V. P.

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