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13 Ottobre 2026San Francesco e il saluto alle virtù
La conclusione pone in risalto la sconfitta di Satana e la centralità dell’Obbedienza, concedendole uno spazio assai maggiore rispetto alle altre
Questa lauda è tradizionalmente avvicinata dalla critica al Saluto alla Beata Vergine Maria, che abbiamo visto la scorsa settimana, per il genere letterario adottato, lo stile e il fatto che essa si chiuda proprio su un’esaltazione delle virtù. Per queste ragioni, alcuni studiosi suggeriscono, in relazione al tempo di composizione, lo stesso anno dell’altra, il 1223, ma è impossibile spingersi oltre. I contenuti dei due brani, tuttavia, divergono alquanto, per cui non pare aver fondamento l’ipotesi secondo cui si tratterebbe di un’unica composizione, sdoppiata per motivi ignoti nel corso della sua storia.
Da notare, in ogni caso, la ripresa di uno schema classico, quello della lode della virtù e della denigrazione del vizio, risalente alla Psycomachia del poeta cristiano latino Prudenzio (348-413) e poi rilanciato in ambito monastico dal De conflictu vitiorum et virtutum attribuito al monaco francese san Bernardo di Chiaravalle (1090 o 1091-1153). Ma la personificazione delle virtù trova altresì vasto spazio un po’ in tutta la cultura medievale, comprese le figurazioni pittoriche e plastiche su chiese ed edifici pubblici tanto in età romanica quanto gotica.
Il testo – cui fa riferimento Tommaso da Celano nella Vita secunda (n. 189), citandone l’incipit – è ben diviso in tre parti. Nella prima l’encomio alle virtù, personificate e presentate a coppie legate da un rapporto di sorellanza (Sapienza/Semplicità, Povertà/ Umiltà, Carità/Obbedienza), si allarga a considerarne la presenza nella vita dell’essere umano. Nella seconda parte sono riprese, con lo stesso ordine, mostrando come ogni virtù sia in grado di mettere in fuga un corrispondente vizio.
La conclusione pone in risalto la sconfitta di Satana e la centralità dell’Obbedienza, concedendole uno spazio assai maggiore rispetto alle altre, a conferma ulteriore del valore strategico che Francesco d’Assisi assegna a essa. Il riferimento conclusivo alla sottomissione docile dell’uomo persino agli animali e alle fiere potrebbe rimandare a una spiritualità di tipo orientale, se non addirittura al sufismo , la mistica islamica per eccellenza in cui il Santo si sarebbe potuto imbattere durante il viaggio per terre musulmane, e trova conferma in alcuni racconti degli ultimi anni dell’esistenza, in cui egli mostra di non temere la ferocia o la selvatichezza di animali pericolosi (basti pensare al notissimo capitolo XXI dei Fioretti , in cui si narra di “come santo Francesco liberò la città d’Agobbio [ovviamente Gubbio, in Umbria] da uno fiero lupo”).
(6 – continua)




