La
Attualità, Mirandola, Territorio
Pubblicato il Settembre 28, 2022

La “concretissima fraternità” di Nomadelfia

Intervista al sociologo Sergio Manghi in vista della sua partecipazione al Memoria Festival a Mirandola il 30 settembre.

di Kristina Bychkova

 

Nell’ambito della collaborazione tra il Memoria Festival e gli enti promotori del progetto “Nomadelfia. Profezia di giustizia e fraternità” si inserisce venerdì 30 settembre l’intervento del sociologo Sergio Manghi, docente all’Università di Parma, e autore di un beve saggio introduttivo al volume fotografi co di Enrico Genovesi “Nomadelfia. Un’oasi di fraternità”. Al professor Manghi, intervenuto sabato 17 settembre all’inaugurazione delle mostre al Campo di Fossoli, abbiamo rivolto alcune domande.

Professore lei è stato curatore di un laboratorio civico ispirato ad alcuni temi presenti nell’enciclica “Fratelli tutti” di Papa Francesco, contributi che sono stati raccolti poi in un’apposita pubblicazione, intitolata “Laboratorio fraternità”. Qual è il bilancio, in sintesi, di questa iniziativa?

Il fatto che ben venti cittadini di Parma, donne e uomini, credenti e non credenti, siano entrati “in dialogo con la Fratelli tutti”, come recita il sottotitolo del volume “Laboratorio fraternità”, costituisce un evento civico rilevante, credo di poter dire. Non so in quante altre città italiane (mi si perdoni la punta campanilistica…) ci siano state reazioni feconde come questa, alla chiamata di Papa Francesco a confrontarsi sul tema “fraternità”, inteso come sfida cruciale del nostro tempo… Il bilancio è ampiamente superiore a quello che avevamo messo in conto quando abbiamo deciso di provarci, insieme a Marco Ingrosso, co-curatore con me del volume. Anche lui, come me, sociologo, ma prima ancora, amico di sempre. Siamo nati nel dopoguerra, a pochi mesi e metri di distanza, lui di famiglia cattolica, io di famiglia comunista, lui credente praticante, io non battezzato, fin dalla giovinezza uniti nel desiderio di contribuire alla crescita di quanto c’è di comune della convivenza umana.

Com’è nata l’idea, e quali sono gli aspetti più rilevanti che sono emersi?

In origine, l’idea era quella di animare un confronto con l’enciclica sul blog “Prospettiva”, di un’associazione cittadina, l’Associazione culturale Luigi Battei. A questo scopo, abbiamo chiesto a svariate persone, appartenenti a diversi ambiti della vita cittadina, di misurarsi con un tema specifico, a scelta, della “Fratelli tutti”. E quelli emersi sono stati numerosi. Imperniati, volendo sintetizzare, intorno a tre grandi assi problematici: la cura, l’incontro, la politica, come ci è parso, con Marco, di poter sintetizzare ex post. È stato in un secondo momento che, vista la qualità degli scritti che pervenivano, abbiamo deciso di trarne un volume, chiedendo agli autori di rivedere i loro contributi a questo fine. Abbiamo poi presentato il volume alla città, per sottolinearne appunto il valore di iniziativa insieme civica, politica e culturale, discutendone con il Rettore dell’Ateneo, Paolo Andrei, e l’allora Assessore alla cultura del Comune di Parma, Michele Guerra (oggi Sindaco).

All’apertura della mostra di Nomadelfia al Campo di Fossoli ha richiamato la parola “fraternità” in rapporto alla celebre triade francese libertà, uguaglianza e fraternità e ha definito quest’ultima come “una questione politica concretissimamente attuale”. In che modo la fraternità è una questione politica attuale?

Con quella espressione toccavo un passaggio importante della “Fratelli tutti”: l’idea che il tema della fraternità è oggi, non per pio desiderio, ma di fatto, al cuore della sfida democratica, come lo sono state in passato libertà e uguaglianza. Queste hanno cessato, ormai da tempo, di mobilitare le nostre passioni migliori e di sublimare quelle peggiori. L’aspirazione alla libertà è oggi marcata da forti individualismi competitivi. E la diffusa delusione per le mancate promesse democratiche di progressiva uguaglianza porta masse crescenti di persone a dar credito a promesse politiche non più egualitarie ma di protezione paternalistica e di esclusione dai diritti di migranti, rifugiati, donne e creature viventi non umane. L’eterno tema di Caino e Abele è più attuale che mai. Soltanto un forte investimento politico-culturale nell’istanza della fraternità può rivitalizzare quelle, che rimangono irrinunciabili, della libertà e dell’uguaglianza. In quanto la fraternità, intesa come mutua accoglienza tra differenze nelle relazioni quotidiane a ogni livello, interumane ed ecologiche, a partire da quelle educative e di cura, incide sul fondamento più elementare del legame sociale, oggi in drammatica sofferenza.

La sua attività di ricerca si inserisce in quel filone di studi che ha avuto fra i maggiori contributi quelli del filosofo Edgar Morin. È possibile intravedere punti in contatto tra quanto emerso dalle sue ricerche e la realtà di Nomadelfia che si fonda sulla fraternità?

In effetti, è in buona parte grazie al pensiero di Edgar Morin, e alla sua generosa amicizia, che da tempo ho iniziato a riflettere sulla rilevanza politica e culturale del tema “fraternità”, fino a trovarmi a scriverne nel mio piccolo contributo al bellissimo volume fotografico di Enrico Genovesi sulla Nomadelfia di oggi. Il cui sottotitolo, “Un’oasi di fraternità”, è non a caso un’espressione caratteristica di Morin. Ripresa da un recente volumetto di questo grande intellettuale contemporaneo, ormai più che centenario: “La fraternità. Perché?” (AVE, 2019). Dove la parola “fraternità”, rilanciando temi sviluppati da Morin fin dagli scorsi anni ‘80 (chi fosse interessato troverà indicazioni nella mia postfazione al volumetto), non si limita a indicare un ideale per il futuro, ma si riferisce, alla cura concreta, affettivamente connotata, e accolta nella sua intrinseca problematicità, della convivenza quotidiana. Dell’incontro nel qui e ora con l’altro, a partire dall’altro più sconosciuto, umano e non umano. E Nomadelfia è senza dubbio come pochi altri un luogo di sperimentazione quotidiana concreta di questa fraternità…

Ci ha ricordato che lei è nato il 17 maggio 1947, due giorni prima della pacifica occupazione del del Campo di Fossoli da parte di don Zeno e dei suoi ragazzi. Nomadelfia è un nome che ha più volte sentito citare nella Sua vita, fino a quando Enrico Genovesi non l’ha coinvolta direttamente nel suo progetto. Ora qual è il Suo legame personale con Nomadelfia?

Questa coincidenza di date, che ho ricordato nel mio intervento a Fossoli, ha qualcosa che mi colpisce, al di là di ogni ragionevolezza. Ma non è di sola ragionevolezza che siamo fatti, per fortuna. Per me questa coincidenza, scoperta solo di recente, grazie a Enrico, quando per contribuire al suo volume ho letto la storia di Nomadelfia, risuona con l’aver sentito pronunciare la parola Nomadelfia nell’esperienza adolescenziale, nella mia vita molto importante, di un circolo culturale fondato dall’insegnante di religione (sì, non sono mai stato un “non credente” bigotto). E mi lasci infine aggiungere: quel gesto collettivo bellissimo, di abbattimento del muro del Campo di Fossoli, guidato da don Zeno, per trasformarne i tristi mattoni in vivi mediatori d’incontro fraterno, mi commuove profondamente, non solo per l’evidente valore simbolico, ma anche per ragioni molto personali, legate alle dolorose memorie di prigionia in Germania di mio padre, che conservo in me e mi piace trasmettere a figli e nipoti. Associate alla fortuna, nel suo caso, di averla scampata, e di aver potuto trasformarle e metterle a valore con la sua partecipazione attiva, negli ultimi mesi della guerra, alla lotta partigiana. Un’esperienza, anch’essa, di concretissima fraternità.

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