Le
In punta di spillo
Pubblicato il Marzo 27, 2024

Le tentazioni della fede di un povero peccatore tra tante ipocrite speranze

In punta di spillo, una rubrica di Bruno Fasani

In questi giorni dove la trama dell’ordito intreccia fili pieni di auguri e di parole di vita, io sono qui a confessare l’ipocrisia della speranza. Parlo della mia che, se volete, è la tentazione di un cristiano davanti alla scena da venerdì santo che il mondo ci consegna. La chiamo ipocrisia perché, a parole, tutto racconta i toni trionfanti della fede ma, di fatto, nell’animo, c’è un senso stagnante di sconfitta.

Sono tentato. Non di fare il male, che quella è una tentazione che mi accompagna dalla nascita, quanto tentato di sfiducia. Mi direte: può un uomo di Chiesa seminare il carbone dei suoi dubbi? Sì, lo può. Soprattutto se questo serve a risvegliare domande capaci di smuovere la stanchezza.

Sono tentato di sfiducia verso gli esseri umani, in particolare su coloro che hanno responsabilità di condurre i destini dell’umanità. “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, dicevano gli antichi romani. Sono invecchiato pensando che questo motto appartenesse alle epoche buie della storia, a una certa cultura medievale, fondata più sui muscoli che sull’intelligenza. E ora me la ritrovo, pari pari, sulla bocca di presunti illuminati condottieri, vestiti in double-face, cristiani di facciata, laicisti di sostanza. Sento crescere intorno una smisurata voglia di armarsi, di dire che la nostra forza può venire solo dai fortini della guerra.

Sono tentato da un Dio dal quale non mi arrivano segnali di soccorso. “Svegliati, perché dormi, Signore? Destati, non ci respingere per sempre. Perché nascondi il tuo volto, dimentichi la nostra miseria e oppressione? Sorgi, vieni in nostro aiuto” (Salmo 44). Possibile, Signore, che tu ci lasci in balia delle onde, che ti rassegni a vedere la tua famiglia umana sfracellarsi contro gli scogli dell’odio e della violenza. Dov’è il Signore che ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, accompagnandolo nei prati erbosi come fa il buon pastore, che celebriamo nel canto?

Quante volte, pregando mi sono fermato sulle parole dello scriba Ben Sirach là dove dice accorato: “Alza la tua mano sulle nazioni straniere, perché vedano la tua potenza. Come ai loro occhi ti sei mostrato santo in mezzo a noi, così ai nostri occhi mostrati grande fra di loro”. Perché, Signore, non mostri il tuo braccio forte e potente, nel dividere i litigi violenti degli uomini. Perché sembri disinteressarti di noi?

Sono tentato dalla fragilità di una Chiesa, che sembra diventata debole nell’arte di invocare. Osservo le mie mani stese in avanti durante la recita del Padre Nostro. Sbircio anche quelle dei miei fratelli e sorelle. E mi chiedo se dietro quelle mani ci sia davvero il mendicante, un cuore che grida aiuto, e non piuttosto un gesto rituale logorato dall’abitudine.

Sogno allora una Chiesa che torni a pensarsi lontana dalla sociologia, quella che esaurisce il proprio mandato nelle buone opere, tanto buone da non aver nemmeno più bisogno di Dio. Lontana dal politichese cristiano, quello delle diplomazie, per ricentrarsi sull’essenziale, che è il fondarsi sulla roccia di Dio, prima che la fornace del paganesimo avanzante ci consumi nel fuoco distruttivo del nichilismo. Una Chiesa capace di invocare, di inginocchiarsi silenziosa davanti all’Eucarestia, varcando il limite impercettibile ma reale tra un briciolo di pane e la presenza dell’Eterno. Inginocchiarsi davanti ad un sepolcro vuoto, dove solo il silenzio e l’amore può farci avvertire i fremiti della vita che avanza, che si fa largo per salvare il mondo.

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