La
In punta di spillo
Pubblicato il Dicembre 12, 2025

La violenza che scaturisce dal linguaggio scriteriato di politici e influencer

In punta di spillo, a cura di Bruno Fasani

Ho conosciuto recentemente una mente acutissima, Ivano Dionigi, professore di letteratura latina e già rettore dell’università di Bologna. Di lui mi hanno colpito la competenza e la passione con cui ha parlato del valore della parola, tema che ricorre costantemente nelle sue numerose pubblicazioni. Un altrettanto convinto cantore di questo tema è il pittore Emilio Isgrò, forse il più quotato artista del panorama italiano contemporaneo. Nelle sue inconfondibili opere egli traccia righe nere su un testo scritto sulla tela, lasciando in evidenza solo alcune parole. Il messaggio, dell’uno e dell’altro autore, è chiarissimo: dobbiamo stare attenti, perché stiamo perdendo il valore e il senso delle parole. Esse non hanno solo una funzione comunicativa, ma prima ancora performativa, danno forma alla nostra mente e, quindi, alla nostra coscienza e al nostro modo di vivere. Oggi, invece, le parole volano senza guinzaglio, in ogni direzione, come raffiche di maestrale, pronte a far male o a giustificare teorie bislacche. Basta guardare i talk show serali per averne un’idea.

Nei giorni scorsi un gruppo di Pro Pal che ormai nascondono, oltre alla faccia, anche le intenzioni, ha fatto irruzione nella sede de La Stampa di Torino, spargendo letame e buttando all’aria quanto capitava loro tra le mani. La colpa del quotidiano? Nella loro mente insana, quella di aver smesso di parlare solo di Palestina e di attaccare Israele. Un atto intimidatorio gravissimo come a voler ricordare che sono i violenti a vigilare sulla libertà di stampa, decidendo cosa si può dire e cosa deve essere proibito. Siamo al fascismo degli antifascisti. Se la condanna, più o meno convinta, è stata bipartisan da parte dei partiti, a far scalpore sono state le parole di una nota rappresentante dell’Onu, attualmente in giro per l’Italia a raccogliere riconoscimenti e cittadinanze onorarie, come una qualsiasi madonna pellegrina. «Condanno l’aggressione», ha detto, «ma questo sia di monito per i giornalisti». Monito? E perché mai? Cosa dovrebbero fare i giornalisti per evitare colate di m….? Trasformarsi in pappagalli per amplificare la voce dei violenti? Violenti che reclamano pace per Gaza mentre mandano i poliziotti all’ospedale? Qui neppure Dionigi o Isgrò sarebbero in grado di arginare l’assurdità di un linguaggio dal quale è sparita ogni goccia d’anima, per lasciare il posto al sapore del fiele.

Un recente sondaggio, condotto negli USA, registra una preoccupante diffusione dell’uso delle armi e della violenza. Dalle nostre parti, sta crescendo in maniera spropositata, soprattutto nei ragazzi, l’uso del coltello. Un po’ meno quello delle armi da fuoco, perché sembra che, per quelle, ci sia un controllo, di fatto un monopolio, da parte della criminalità organizzata che decide a chi fornirle. Si armano, dicono, per difendersi. Di fatto, per far credere d’essere forti, dopo aver disattivato il cervello. Sta di fatto che, secondo questo sondaggio, tra le cause principali che spingono ad armarsi e ad usare le armi, vi è proprio la violenza del linguaggio dei politici e delle figure che hanno influenza sulla società. Un monito importante, questo sì, per chi volesse davvero rendere il mondo migliore.

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